Archim al “Cultura Impresa Festival” di Forlì | 5 novembre 2015

Lo scorso 5 novembre, nell’ambito del “Cultura Impresa Festival”, si è tenuto a Forlì un incontro su “Biblioteche, archivi e musei: il lavoro culturale come tutela del patrimonio pubblico e privato”. Le archiviste e gli archivisti Archim hanno espresso la loro opinione sulla professione archivista: di seguito l’intervento di Caterina Melappioni.

faenzaSalve, sono Caterina Melappioni e porto agli organizzatori ed ai presenti il saluto degli Archivisti in Movimento, un’associazione che riunisce liberi professionisti e persone interessate agli archivi che vogliono discutere in modo aperto, efficace e autonomo dei problemi dell’archivistica di oggi. Archim vuole collaborare attivamente alla realizzazione della piena visione dell’archivistica sia come logistica ottimale del flusso documentale contemporaneo sia come tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, che il Codice individua in ogni documento prodotto dallo Stato, ma soprattutto Archim combatte per una progressione più armoniosa alla professione archivistica nel mondo del lavoro.

Infatti ciò che viviamo oggi è una professione archivistica esercitata e gestita da dipendenti di pubblica amministrazione o da privati su commissione pubblica, singoli autonomi, società e cooperative. L’affidamento esterno del bene pubblico realizza un rapporto di lavoro sì privato, ma con caratteristiche peculiari, in quanto ‘filtrato’, ‘mediato dal funzionario che di fatto regola l’accesso al lavoro del professionista e ne gestisce tempi e modi d’esecuzione come in un qualsiasi procedimento pubblico: ma con costi, fiscalità e previdenza del regime di libera professione. Ne deriva la profonda anomalia di un settore lavorativo in gran parte fuori mercato, in cui la tutela del patrimonio aggiunge oneri pubblici agli oneri privati. In più, il Pubblico come mediatore del lavoro negli affidamenti soffoca il regime di libera concorrenza che è l’unico vero motore di reddito del lavoro autonomo. E’ sotto gli occhi di tutti la necessità di una riforma degli investimenti pubblici, che ne renda la dinamica aperta, trasparente e veramente pubblica.

L’insostenibilità della professione per gli autonomi, spesso giustificata da scriteriati ragionamenti arroccati su una visione elitaria del lavoro culturale, ha provocato nel tempo la piramidalizzazione delle commissioni al solo numero di società capaci di anticipare le spese e contenere le perdite, e – per soggetti minori e singoli- ad un innalzamento parossistico di qualità richiesta, che molti vivono come una selezione arbitraria di concorrenza da parte di chi intende mantenere lo statu quo; intanto è sempre più ampio il fronte di sottoproletariato culturale di singoli indotti a rincorrere un mercato formativo speculativo, che può fornire solo una collazione di mini esperienze in condizioni di esercizio sempre più precarie, in cui la mancata continuità di cura di un progetto o attività diventa, da elemento funzionale alla tutela, un’arma di discriminazione contrattuale in cui perdono tutti, operatori, amministrazione e patrimonio. Come associazione composta in larga parte da autonomi non possiamo non sottolineare che perseguire questo stato di cose significhi lavorare partendo dalla previsione di fallimento.

Crediamo che la tutela del patrimonio sia un lavoro, e come tale debba produrre un giusto e meritato reddito. Crediamo che alcune azioni migliorative del lavoro culturale possano essere concretizzate rafforzando, ad esempio, gli strumenti di pubblicità per ogni tipo di affidamento e rendendo maggiormente visibile l’offerta dei professionisti: in questo senso va la proposta degli ARCHIM per il venturo elenco nominativo dei professionisti d’archivio a completamento della L.110/2014; tale proposta individua nella combinazione di titolo e curriculum vitae aperto un motore capace di introdurre parità democratica, leale competitività e diversificazione di competenza, senza produrre ulteriori tragiche fratture nel settore. Altrimenti dovremmo almeno perseguire l’obiettivo di un regime fiscale realmente agevolato per il lavoro culturale autonomo, che in parte compensi la minore competitività dovuta alla committenza pubblica.

Ad oggi infatti dobbiamo constatare che l’approccio pubblico nel nostro settore manca di una vera programmazione strategica tanto a livello centrale quanto a livello periferico, frutto non solo di scelte politiche sbagliate ma anche di una carenza di visione, di strategia delle strutture amministrative di cui oggi paghiamo tutti le conseguenze. Non vi è coscienza del fatto che il settore può avere un futuro solo se la questione dei beni culturali nella loro globalità (archivi, biblioteche e musei), insieme ai beni ambientali, diventa uno dei campi di investimento strategico per le cosiddette politiche di sviluppo dei territori che non può non partire dall’investimento sulle risorse professionali dedicate.

Il lavoro archivistico è un processo quotidiano, costruito con una miriade di attenzioni piccole e grandi che costituiscono nel tempo l’impalcatura della nostra memoria collettiva. Come nella nota immagine antica di Giano, l’entità materiale dell’archivio correttamente gestito è una risorsa straordinaria per l’efficacia e la rapidità dell’azione della Pubblica amministrazione e per la certezza del Diritto, ma in sé rappresenta anche di più poiché dai flussi documentari dipende la memoria storica di domani e quindi la coscienza critica del presente delle future generazioni.
Vogliamo quindi ribadire la centralità della professionalità come condizione irrinunciabile per ogni altro aspetto del mondo del lavoro qualificato che è la sola chance che abbiamo per poter dare un futuro di progresso alla coscienza del nostro Paese.

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